Problemi psicologici dovuti alla quarantena? Parliamone con la psicologa Virginia Maloni

Covid-19, nessuno mai lo scorso anno avrebbe immaginato un’emergenza sanitaria così grave. Tantissimi morti, centinaia di migliaia di contagiati e una lunga ed estenuante quarantena in casa. 

Ma a quanti di noi in questi giorni è capitato di iniziare a dormire poco la notte, di pensare di non farcela più, di piangere, pensare in negativo, essere sempre più depressi e aver sviluppato nuove fobie? 

Abbiamo contattato la psicologa forense e psicoterapeuta Virginia Maloni, per farle qualche domanda sui possibili effetti negativi di questa lunga quarantena sul nostro benessere mentale e avere da lei dei validi consigli per superare il tutto con uno spirito diverso.

Dott.ssa Virginia Maloni

Dott.ssa, esiste qualche rimedio per non cadere nella “trappola” della depressione in seguito a tutto ciò che stiamo vivendo?

Innanzitutto è importante far emergere le risorse che ogni essere umano ha di adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente, ed è fondamentale non chiudersi ma condividere con i familiari le proprie emozioni. Dove non possiamo farlo chiamare un amico o lo psicologo disponibile. Vedere il bicchiere mezzo pieno vuol dire affidarsi a notizie certe senza amplificare le proprie paure e dedicarsi a cose che prima non avevamo il tempo di fare.

Se ci si accorge di aver sviluppato una forma troppo spinta di “psicosi da contagio” cosa bisogna fare?

Per quanto riguarda la “psicosi da contagio” è più probabile che siano più le persone attorno a noi ad accorgersi che siamo entrati in un loop difficile da scardinare. Importante è affidarsi a notizie certe, non andare su internet e rispettare le regole e le disposizioni vigenti. E’ facile farsi prendere dal panico che ci lascerà solo se rimaniamo lucidi e forti ad affrontare il cambiamento.

Un consiglio per come affrontare un lutto o la perdita del lavoro in seguito alla pandemia.

Purtroppo per quanto riguarda il lutto, attraverso il Covid-19 è stato vissuto uno stravolgimento, poiché i familiari non possono essere salutati sia quando vengono ricoverati, sia quando purtroppo si verifica un lutto. In questo caso devo dire che infermieri e tutta l’equipe medica si sono attrezzati affinché attraverso dispositivi e web i familiari possano comunicare con i loro cari ricoverati. Ma devo dire che è ancora più importante parlare con uno psicologo, affidarsi quindi ad esperti che possano aiutare a canalizzare rabbia e sentimenti dolorosi. Per quanto riguarda il lavoro, molti di noi hanno vissuto questo Covid-19 modificando il proprio status economico, per alcuni è stato più grave, per altri meno, però dobbiamo essere fiduciosi che le istituzioni possano aiutarci, anche perché il nostro benessere psicologico, inevitabilmente, in questo periodo, va di pari passo con le decisioni che vengono prese dalle istituzioni. Dobbiamo iniziare a pensare a come riconvertire il lavoro, molti a livello manifatturiero l’hanno già fatto, riconvertendo la produzione sulle mascherine. Dobbiamo cercare in qualche modo di pensare a come reinventarci e soprattutto vedere l’aspetto positivo di ogni situazione negativa. Questo l’ho imparato soprattutto quando ci fu il terremoto a L’Aquila, dove molte persone nonostante avessero perso i loro cari si sono fatti coraggio. Ricordo una signora che mi disse: “o mi distruggo e vado via con la casa di mattoni che ha seppellito i miei familiari o vado avanti”. Andare avanti significa in questo caso, con quello che ci ha portato il coronavirus, iniziare a pensare a come il lavoro possa modificarsi in smart working, come possiamo rivalutare le nostre risorse e metterle in campo lavorativo e sopratutto non vergognarci di chiedere un lavoro perché le condizioni economiche sono cambiate. Questo non deve stravolgere la nostra identità ma dobbiamo rivolgerci ad un amico o a persone che in qualche modo possano aiutarci a reinserirci nel mondo lavorativo.

Se non si riesce più a dormire la notte come una volta, quale rimedio potrebbe essere il più adatto per contrastare questa problematica?

Molti hanno avuto dei sintomi che si sono un po’ accorpati tra di loro, quindi: insonnia, sonno intermittente, ansia, preoccupazioni. Queste sono sensazioni inevitabili quando si vive una situazione del genere, ovviamente stando due mesi dentro casa ognuno di noi ha stravolto le proprie abitudini. Il sonno ben sappiamo viene un po’ scandito da orari di lavoro, da una quotidianità che in questi due mesi abbiamo perso, ma non preoccupiamoci, perché sono sintomi che emergono da una situazione di emergenza. Dobbiamo cercare però di non lasciarci andare alla negatività, all’ansia, alla depressione e non svegliarci troppo tardi la mattina, perché dobbiamo mantenere quella quotidianità, soprattutto se abbiamo dei figli dentro casa, così nel momento in cui torneremo pian piano al nostro ritmo di sempre, non ci faremo trovare inadeguati ed impreparati.

Secondo lei, c’è il rischio di avere un aumento dei casi di suicidio o di persone con gravi forme di ansia e attacco di panico?

Si, purtroppo c’è il rischio che alcuni disturbi già preesistenti possano cristallizzarsi in vere e proprie patologie, quindi, diventa fondamentale anche l’aiuto dei familiari. Persone che già erano depresse e ansiose devono assolutamente rivolgersi al proprio medico, al proprio psicologo o al proprio psichiatra, perché in questi casi ci può essere un picco sopratutto per i tentativi di suicidio. Alcune patologie possono essere cosi, permettetemi il termine, più gettonate, quindi purtroppo si da spazio all’ansia e alla depressione che appunto sono sentimenti di paura, di qualcosa di sospeso, perché questa situazione ci ha fatto sentire sospesi, senza perimetro, senza definizione e questo ci porta ad essere in qualche modo preoccupati ed ansiosi. Dopo un po’ l’ansia lascia il posto alla depressione, perché l’abbiamo visto anche in alcuni comportamenti del Covid, all’inizio tutti intenti a cucinare, a riempire spazio, a compensare il vuoto, a sublimare la paura, poi man mano, queste, quando ci rendiamo conto di quello che stiamo vivendo, lasciano spazio purtroppo a sentimenti negativi. In questo caso è ancor più importante non isolarsi, condividere e parlarne con i familiari, rivolgersi ad uno psicologo ed essere quindi sostenuti in questo passaggio, perché ripeto, alcune sensazioni emergono quando c’è una situazione di emergenza e noi psicologi ben sappiamo che il disturbo postraumatico da stress anche a lungo termine può portare l’emergere di alcuni sintomi, quindi questi vanno tenuti sotto controllo.

Nei bambini quale grave problematica (nella peggiore ipotesi) può insorgere in conseguenza di questo cambiamento di vita dovuto all’emergenza?

Nei bambini, quello che possiamo notare è irrequietezza, sono sintomi psicosomatici, quindi anche per loro possono esserci problemi di insonnia. Dobbiamo essere noi adulti ad accogliere le loro sensazioni spiacevoli, perché mentre per noi è facile, possiamo parlare, i bambini non hanno gli strumenti degli adulti per esprimersi e lo fanno attraverso il corpo, attraverso sintomi psicosomatici, attraverso il pianto, comportamenti aggressivi, attraverso lamentele, isterie. Sta a noi fare uno sforzo maggiore ed accogliere i loro sentimenti di smarrimento. Dobbiamo cercare in qualche modo di farli giocare, riempire la loro giornata e quando abbiamo la possibilità, farli stare allo spazio aperto, farli disegnare, in modo che possano esprimere le loro emozioni, cercando anche di parlare con loro attraverso un gioco, rispetto a tutto quello che sta accadendo, anche perché i bambini hanno, per quanto riguarda la loro età, una maggiore possibilità di riprendersi e di adattarsi, però sta anche a noi cercare in qualche modo di far uscire quelle emozioni. Ad esempio mi viene in mente il film “la vita è bella”, dove verso la fine della guerra, Guido Orefice (Roberto Benigni), disse al proprio figlio: “abbiamo vinto”, ecco, un po’ fare questo con i bambini: “se ti comporti bene in questo periodo, per te ci sarà un bel premio, un giocattolo, perché vuol dire che hai fatto il bravo e te lo sei meritato”.

Concludiamo con un suo messaggio di speranza da inviare a tutta quella gente che si sente sola e amareggiata in questo momento.

Il mio messaggio di speranza è che in ogni situazione ognuno di noi si metta alla prova. Ognuno di noi, ha la resilienza, ossia la capacità di adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente. C’è chi ha reagito con la creatività, chi con l’aggressività, le violenze in famiglia si sono esacerbate, alcune famiglie si sono allontanate ed alcune invece si sono avvicinate. Le sensazioni e le dinamiche che si sono create sono veramente molteplici e allora siccome questa situazione ci ha fatto sentire un po’ sospesi, inizialmente ci siamo un po’ tutti rivolti fiduciosi alle istituzioni, perché ripeto, le nostre sensazioni psicologiche vanno di pari passo con quello che viene deciso dalle istituzioni, perché i nostri comportamenti psicologici alcune volte fanno parte di priorità rispetto ad una piramide. Un sintomo che possa condizionarci a tal punto da diventare degno di attenzione clinica è quando ad esempio c’è una priorità economica: “non ho più soldi per poter mangiare”, questo è chiaro che ci fa sprigionare tutto in paura, preoccupazione, temere per il futuro, non dormire la notte, perché c’è proprio una priorità e nel momento in cui si riesce a risolvere questa priorità è chiaro che le nostre sensazioni psicologiche si possono appianare. Il mio messaggio di speranza è che questa situazione non deve cambiare la nostra identità, ma deve farci sprigionare la nostra creatività. Non dobbiamo avere paura dell’ansia o delle sensazioni spiacevoli, di comportamenti che abbiamo messo in atto e che pensiamo che non ci appartenevano, perché dobbiamo vederli come comportamenti di passaggio rispetto ad una reazione che la nostra mente, il nostro corpo, in quel momento hanno messo in atto. Dobbiamo preoccuparci invece, rispetto a quelle situazioni che permangono ancora dopo sei mesi o più dall’emergenza Covid-19. Quindi, ripeto, in questa situazione diventa fondamentale rivolgersi al proprio medico di base, che deve valutare, se i sintomi o meno possono essere orientati e attenzionati dagli psicologi, o rivolgersi direttamente ad uno psicoterapeuta. Chiudo dicendo di sviluppare ancora di più il senso di appartenenza e di comunità che c’è in questo periodo e che prima invece mancava di gran lunga.

Ringraziamo la dottoressa Virginia Maloni per la sua professionalità, disponibilità e le auguriamo buon lavoro.

Pubblicato da Paolo N

Amministratore ed editore di: “al centro della notizia”

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